domenica 23 dicembre 2007

Mangia come parli

di Maria Camilla Mayr


"Ecco, io vi dò ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto che produce seme: saranno il vostro cibo" (Genesi, I, 29).

Persino la solitamente algida wikipedia assume toni apocalittici quando deve parlare dei VEGETARIANI, coloro i quali non mangiano animali. Perché costoro, che aumentano di giorno in giorno, saranno anche pacifici ma certamente sono implacabili quando si tratta di fare proseliti. La tattica è discreta, ma d'altro canto come si fa a ordinare una tartare dopo che "loro" hanno spiegato a voce alta al cameriere che non mangiano animali di NESSUN tipo, dato che in Italia la domanda classica del cameriere è "allora se è vegetariana possiamo darle un bel pesciolino ai ferri?".

In compagnia dei vegetariani ci si sente dei cannibali e ogni boccone di carne sembra fatto di spine, soprattutto se mentre mastichi ti spiegano che la questione è semplice, che anche Paul McCartney dice che non si può mangiare ciò che ha un volto. Immediatamente parte la carrellata sulle facce degli animali che hai incontrato nella tua vita, anche di quelli che hai visto quando ormai erano sulla teglia, senza contare i pesci che hai dovuto controllare per la cottura "finché l'occhio non era fuori".

Ed è lì che capisci perché i vegetariani sono irritanti: perché riescono a fare quello che tutti dovremmo fare ma non ne abbiamo il coraggio o la forza di volontà. Provate a dire a dei bambini di cinque o sei anni "ecco un bel piattino di coniglio arrosto!" e nei loro sguardi inorriditi vedrete la strada da seguire.

"Verrà il tempo in cui l'uomo non dovrà più uccidere per mangiare e anche l'uccisione di un animale sarà considerata un grave delitto" (Leonardo da Vinci).

fonte GiudizioUniversale.it

domenica 2 dicembre 2007

"Chi sono i vegetariani?"

Breve "slide show" che mostra alcune foto di vegetariani noti del mondo dello sport, della cultura, dello spettacolo, oltre ad alcuni vegetariani e vegan "storici".

Lo trovi qui: "www.scienzavegetariana.it"

Disturbi del comportamento alimentare: Anoressia e Bulimia

di Luciana Baroni

I disturbi del comportamento alimentare sono un problema serio che, se non viene individuato e trattato in ambiente specialistico, può mettere a repentaglio la salute e la vita stessa di chi ne è affetto.

Le condizioni di chi ne è vittima sono terribili oltre che sul piano fisico anche sul piano psicologico, in quanto queste persone non solo perdono il piacere del cibo ma anzi, sono in completa balia di un rapporto aberrante con il cibo stesso, che diviene il loro incubo, il loro aguzzino: è un nemico da evitare, come nell’anoressia, oppure viene ingerito in modo coatto, come nella bulimia. Anche il rapporto con altre persone, soprattutto familiari preoccupati per la situazione, diventa conflittuale, e i contatti sociali si riducono.

Questo tipo di comportamento non è altro che la manifestazione di una grave sofferenza profonda, psichica o emotiva, che è quasi sempre condizionato da cause sociali (magrezza estrema come status symbol di bellezza) e psicologiche (depressione o fobie legate all’alimentazione, carenze affettive). Il corpo diventa lo strumento finale attraverso il quale questo disagio trova sfogo.

Anoressia nervosa

In questa malattia, che significa “perdita dell’appetito da cause nervose”, la persona affetta (spesso ragazza adolescente) tende a un ideale di magrezza irraggiungibile, e per far questo riduce drasticamente l’assunzione di cibo.

Questo tipo di disturbo può comparire infatti più facilmente in ragazze o giovani donne che siano convinte (non necessariamente a ragione) di avere problemi di peso in eccesso: la persona anoressica quindi non si sente mai magra abbastanza, e pur continuando a dimagrire afferma di essere troppo grassa, non riuscendo a riconoscersi nel proprio corpo.

Così, la paura ossessiva di ingrassare o il desiderio ossessivo di perdere peso si trasformano in un rigido controllo esercitato sull’alimentazione, che sopprime lo stimolo dell’appetito, in realtà sempre presente: il cibo viene assunto in maniera saltuaria, preferibilmente in solitudine, dando la preferenza ad alimenti a basso contenuto calorico. Quando queste persone sono costrette a mangiare in compagnia di altre persone, poi alla fine del pasto scappano in bagno cercando di vomitare tutto quello che hanno mangiato.

L'anoressia si esprime attraverso un controllo ossessivo delle calorie e del peso: pian piano la quantità di cibo assunta viene ridotta al limite della sopravvivenza, e l’organismo va incontro a denutrizione, diventando pelle e ossa. In certi casi la situazione è così grave che può portare alla morte.

Le conseguenze fisiche dell’anoressia sono infatti quelli della denutrizione, e includono magrezza estrema, stitichezza, unghie e capelli fragili, perdita e corrosione dei denti, pelle secca, difficoltà a mantenere un’adeguata temperatura corporea, alterazioni cardiovascolari e insufficienza renale. I flussi mestruali cessano e si sviluppa una precoce osteoporosi.

I segni psichici includono un terrore immotivato di ingrassare, una distorta percezione del peso corporeo e dell’aspetto del proprio corpo, vissuto come inadeguato-deforme (dismorfofobia). Viene compromessa anche la capacità di ragionamento e critica, con negazione del problema, e compaiono disturbi del sonno, modificazioni della personalità, depressione o sbalzi d’umore, ansia, irritabilità, introversione.

I segni comportamentali includono estrema restrizione della quantità e della varietà di cibo, autoprovocazione di vomito od assunzione di lassativi e diuretici, attività fisica intensa, il tutto al fine di eliminare le calorie/il cibo dal proprio corpo. Nonostante le precarie condizioni fisiche spesso è presente iperattività, il profitto scolastico è brillante, la persona non è mai stanca. Possono anche essere presenti comportamenti autolesionistici, con ferite in zone del corpo solitamente nascoste.


Bulimia nervosa

In questa malattia, che letteralmente significa “fame da bue”, la persona (solitamente donna), è costretta, al di là della propria volontà e indipendentemente dalla sensazione di fame, a ingerire freneticamente e in maniera coatta enormi quantità di cibo, nei confronti del quale si sviluppa una vera e propria dipendenza, molto simile a quella verso vari tipi di droghe (alcol, caffè, stupefacenti).

La persona bulimica tende a compensare il proprio disagio interiore mangiando in maniera indiscriminata, ma questo atto non viene vissuto come un piacere, come nell’obesità, bensì come una sconfitta. Questo comportamento, nei confronti del quale il soggetto mantiene senso critico, compromette pesantemente l’autostima e genera sensi di colpa devastanti che immediatamente impongono il ricorso a pratiche “correttive”: autoprovocazione del vomito, assunzione di lassativi e diuretici, pratica di un pesante allenamento fisico.

La differenza con l’anoressia è che in questo caso la persona vuole in qualche modo “riparare”, “correggere” le conseguenze di un comportamento che correttamente ritiene aberrante, del quale è responsabile in prima persona e che non ha saputo controllare: l’assunzione di cibo in eccesso, utilizzato solo come sostegno emotivo.

Alcuni segni fisici della bulimia includono frequenti oscillazioni del peso corporeo, mal di gola, erosione dello smalto dei denti e abrasioni sulle mani, pelle secca e disidratata, flussi mestruali irregolari, sonnolenza e stanchezza.

I segni psichici includono pulsioni incontrollabili ad assumere grandi quantità di cibo, oscillazioni dell’umore, ansia, depressione, ridotta autostima, sensi di vergogna e di colpa.

I segni comportamentali includono frenesia e vomito (frequenti ritiri al bagno per vomitare) periodi di digiuno, eccesso di attività fisica, tendenza ad appartarsi e rifiuto a socializzare, piccoli furti di cibo nei negozi, sottrazione di alimenti in casa.

Anche se la bulimia non è chiaramente visibile come l'anoressia, perché queste persone non presentano modificazioni del peso corporeo sospette e quando sono in compagnia mangiano normalmente, è una malattia con conseguenze altrettanto devastanti sulla vita e la salute di chi ne soffre.

Cosa fare?

Se una persona della tua famiglia, probabilmente tua figlia o tua moglie, manifesta uno o più d’uno di questi segni, non significa necessariamente che sia ammalata. Nella vita può succedere di attraversare momenti di inappetenza o di intenso desiderio di cibo; soprattutto durante l’adolescenza, tali fluttuazioni sono il più delle volte fisiologiche. Inoltre gli adolescenti hanno frequenti oscillazioni dell’umore, e possono cercare di modificare il loro aspetto anche mettendosi a dieta.

Tieni presente che una dieta vegetariana non è correlata in alcun modo a questo tipo di disturbi, ma è possibile che chi sta sviluppando un disturbo del comportamento alimentare lo “mimetizzi” spacciandosi per vegetariano: in questo caso, dovrà metterti in sospetto la scarsità del cibo che si mette nel piatto e la monotonia delle scelte.

In ogni caso, se sospetti che tua figlia o tua moglie si stiano discostando da quello che può essere definito come un “comportamento normale”, non esitare a chiedere aiuto e parlane subito con il tuo medico di famiglia. Ricordati che devi cercare di mantenere a tutti i costi il contatto con lei, e per far questo la regola principale è quella di non lasciare trapelare la tua preoccupazione nei suoi confronti, evitando quindi di insistere sul cibo e sul suo aspetto fisico, e lasciando che esprima liberamente le proprie emozioni.

Le probabilità di guarire completamente sono molto alte, specialmente se la malattia viene diagnosticata in tempo. Per il trattamento, che spesso è combinato, cioè indirizzato a risolvere i problemi nutrizionali e quelli psicologici, bisogna rivolgersi a Specialisti del settore di riconosciuta esperienza, altrimenti si corre il rischio di perdere tempo prezioso e di compromettere la soluzione del problema.

In Italia esiste una rete di Centri ospedalieri convenzionati con il SSN che offrono programmi per la terapia dei Disturbi Alimentari
http://www.salus.it/alim/anoressia15.html
http://www.vitadidonna.it/sanitapubblica_000056.html


Riassunto dei criteri per la diagnosi di anoressia nervosa (Secondo il DSM IV, il manuale Diagnostico e Statistico per la classificazione dei disturbi mentali)
1. Rifiuto di mantenere un peso normale generalmente al di sotto dell'85% rispetto a quello previsto in rapporto all'altezza e all'età (che viene mantenuto al di sotto di quello normale in modo volontario e con notevoli sforzi da parte del soggetto).
2. Intensa paura di aumentare il peso e di perdere il controllo, anche se si è al di sotto dei valori normali, a tal punto che anche un aumento di pochi etti può provocare profondo disagio e angoscia.
3. Nessuna preoccupazione per il sottopeso. La forma del corpo, la distribuzione del grasso diventano la fonte primaria di inquietudine, sino al punto che tutta l'esistenza e il comportamento del soggetto ne vengono pesantemente influenzati. Per cui l'umore, l'autostima dipendono direttamente dal peso.
4. Assenza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi (amenorrea) dovuti fisiologicamente al sottopeso, che comporta l'inabilità fisiologica a procreare.

intervista a Luciana Baroni su Idearadio.net



"I vantaggi di un'alimentazione a base vegetale per la salute"

Intervista alla dottoressa Luciana Baroni, medico e studiosa di nutrizione vegetariana, presidente di Societa' Scientifica di Nutrizione Vegetariana.

Intervista andata in onda su Idea Radio Civitavecchia lunedi' 16 ottobre 2006 h.9.50.

Ringraziamo Idearadio.net per avercene concesso la pubblicazione

Info: www.radiopromiseland.it

martedì 6 novembre 2007

Vegetarismo ed età anziana

di Luciana Baroni

Nei Paesi industrializzati l’età media della popolazione sta aumentando, ed il numero degli anziani sta gradualmente prendendo il sopravvento. I nostri figli hanno una maggior probabilità rispetto a noi genitori di vivere a lungo. Ma vivere come?

Una vecchiaia in salute, che può durare anche più di una ventina d’anni, è una fase della vita di ciascun individuo che vale la pena di essere vissuta, in quanto unica nei suoi aspetti piacevoli (saggezza maturata, possibilità di utilizzo del tempo libero, superamento di molti obbighi e responsabilità), ed in quelli spiacevoli (solitudine, limitazioni fisiche, depressione). Vecchiaia non è sinonimo di malattia, ma il bilancio di questi due aspetti è governato dallo stato di salute, e con l’avanzare dell’età aumenta il rischio di malattia.

Solo una piccola parte di anziani riesce ad invecchiare sano, mantenendo l’autosufficienza fino alla fine e rimanendo presso la propria abitazione, anche perché spesso si tratta di donne che da sempre sono in grado di cavarsela benissimo da sole.

La stragrande maggioranza degli anziani invece arriva a questa età dovendo affrontare una serie di problemi di salute, solitamente cronici. Quando una malattia è “cronica” vuol dire che non guarisce, e può solo non peggiorare o peggiorare più lentamente se curata. L’insorgenza di nuove malattie croniche nello stesso individuo porta a totalizzare un “carnet” di malattie, e di relativi medicinali da assumere, che molto spesso supera lo spazio di memoria necessario per ricordarle.

Semplificando al massimo, una persona sarà “tanto più” ammalata, “tante più” o “tanto più gravi” sono le malattie dalle quali è affetta. Tanto più ammalato è un anziano, tanto peggiore sarà la sua qualità di vita.

Ad un certo punto scatta la condizione di non-autosufficienza, situazione terribile per la dignità umana e devastante -quando vissuta coscientemente dal soggetto- dal punto di vista psicologico: l’individuo non è più in grado di badare a sé stesso, di compiere le normali attività di tutti i giorni (cura della persona, mangiare, spostarsi) e dipende dall’aiuto determinante di un’altra persona, il caregiver (colui che presta l’assistenza).

La non-autosufficienza si instaura a causa di limitazioni fisiche che compromettono il movimento, per problemi mentali che limitano la capacità di autogestirsi o, come spesso accade, per la coesistenza di entrambi.

Le malattie più frequenti sono Artrosi, Arteriosclerosi ed Ipertensione con relative complicanze (ictus cerebrale con emiplegia, infarto del miocardio, arteriopatia periferica), Diabete, Osteoporosi, Parkinson e Demenza.

Altre frequenti malattie, i Tumori, compromettono lo scorrere della vita in fasi differenti: possono non permettere all’individuo di invecchiare, o farlo invecchiare vittima di enormi sofferenze.

Tutte queste patologie in varia ma non irrilevante misura sono prevenibili con l’Alimentazione. La loro incidenza risulta infatti nettamente superiore nei Paesi dove la dieta è ricca di prodotti animali e povera di cibi semplici. Nei Paesi dove la dieta si basa soprattutto su alimenti vegetali queste malattie sono molto meno frequenti od addirittura sconosciute.

Poiché gli anziani costituiscono la quota di popolazione “non produttiva”, il cui carico economico-assitenziale è affidato al resto della popolazione, è chiaro come sia di vitale importanza anche per la Società stessa che il maggior numero di individui diventi un anziano-sano.

Superare in buona salute i 65 anni è però qualcosa che non si improvvisa e che non dipende più di tanto dal destino, anche se un po’ di fortuna comunque non guasta. E’ qualcosa a cui ci si deve preparare “prima”, rispettando delle regole di vita sana.

In quest’ottica, una corretta Alimentazione Vegetariana, tanto più povera di cibi animali indiretti e tanto più precocemente abbracciata, è sicuramente una variabile determinante dello stato di salute dell’individuo. Solo per i tumori, è stato stimato che i circa 30-50% dei casi sia da ricondurre a fattori dietetici.

Ecco quindi come la Nutrizione Vegetariana rivesta a tutti gli effetti un ruolo di Prevenzione Primaria, alla stregua di altre misure in grado di controllare gli altri fattori di rischio di malattia (es. fumo), permettendo il mantenimento dello stato di Salute dell’individuo nel tempo, compatibilmente con le fisiologiche modificazioni dell’organismo dovute all’invecchiamento.

Ma l’Alimentazione Vegetariana ha molte potenzialità anche come misura di Prevenzione Secondaria proprio di quelle malattie tanto frequenti nell’anziano: è cioè in grado di rallentare od invertirne il decorso, una volta che si siano instaurate: questo è possibile per l’Arteriosclerosi (come dimostrato dagli studi del dr. Ornish sulla regressione della arteriosclerosi coronarica), il Diabete, l’Ipertensione, molti Tumori, l’Osteoartrosi. Una dieta Vegetariana è inoltre utile nella malattia di Parkinson, rallentando il percorso verso l’invalidità fisica.

La possibilità di riuscire a migliorare il decorso di queste malattie, permette di incidere sull’utilizzo di farmaci, spesso responsabili di effetti collaterali e vere e proprie malattie (denominate appunto “jatrogene”, cioè secondarie, in senso lato, all’intervento medico), oltre che essere una delle cause di dissesto finanziario dello Stato Sociale –se esiste- o del singolo individuo, che spesso deve rinunciare a mangiare od a riscaldarsi per potersi pagare le medicine.

A tutte le età, e fino alla fine, la vita deve comunque essere un evento “dignitoso”: alcune scelte di vita, tra le quali il tipo di Alimentazione, possono permettere di attraversare l’ultima non breve fase della nostra permanenza terrena con la gioia di “esserci”.

La dieta vegetariana in menopausa

di Luciana Baroni

La menopausa è stata a lungo identificata con la fine della vita attiva della donna, e in un certo senso con l’anticamera della vecchiaia e della morte. Si tratta invece di una delle tante fasi della vita, che si succedono costantemente, e che va vissuta e apprezzata per tutto quello che è e che può dare. Quello che può dare infatti la menopausa spesso costituisce addirittura un guadagno rispetto alle precedenti età: “…la donna a cinquant’anni è in grado di ricalcare pienamente il modello maschile: fortemente affermata sul piano lavorativo, economicamente indipendente, socialmente sicura,…e senza mestruazioni, che ancor più le toglie la differenza di genere. In pratica un’unisex con un vantaggio biologico rispetto all’uomo: quello di avere una prospettiva di vita più lunga e più sana (Chiechi LM: la menopausa nella società postindustriale-critica alla costruzione medica della menopausa, Aracne ed. 2006).
In quest’epoca della vita si verifica però una modificazione del metabolismo con riduzione del fabbisogno energetico e aumentata richiesta di alcuni nutrienti, e possono comparire alcuni disturbi che, indipendentemente dal processo di normale invecchiamento dell’organismo, dipendono precipuamente dal crollo dei livelli degli estrogeni circolanti, dovuti alla cessata attività ovarica.
Se la riduzione del fabbisogno energetico predispone infatti, come nell’uomo, al rischio di soprappeso-obesità, diabete e malattie cardiovascolari, il crollo degli estrogeni aumenta il rischio di osteoporosi e altera l’equilibrio del sistema nervoso autonomo, situazione nota appunto come sindrome neurovegetativa, il cui sintomo cardine sono le vampate di calore.
Per quanto riguarda l’osteoporosi, cioè la perdita di tessuto osseo, va chiarito che questa non colpisce in egual misura tutte le donne del Pianeta, ma privilegia quelle che vivono nei Paesi occidentali. E’ infatti una patologia a genesi multifattoriale, ma che sostanzialmente si sviluppa in condizioni che favoriscono una perdita di calcio dall’organismo (cioè il bilancio negativo di questo minerale) e che dipendono in gran parte dall’ambiente e dallo stile di vita. Se l’assunzione di adeguate quantità di calcio è importante, nella misura di almeno 550 mg al giorno, l’evidenza scientifica non supporta il ruolo di elevati consumi di latte e derivati nella prevenzione dell’osteoporosi. Appare per contro di primaria importanza il controllo di quei fattori che sottraggono –direttamente o indirettamente- calcio all’organismo: tra questi, al primo posto si collocano gli elevati consumi di proteine soprattutto da fonte animale, seguiti da elevate assunzioni di fosforo, sale, caffeina, alcol. Il ruolo dei fitoestrogeni appare ancora controverso, ma questo probabilmente dipende solo dal fatto che gli studi clinici non sono stati in grado di riprodurre l’effetto di queste sostanze nel contesto di una dieta che naturalmente li contenga in abbondanza, cioè una dieta a base vegetale, che è oltretutto ricca di frutta e verdura, gli unici cibi il cui consumo si è dimostrato realmente in grado di proteggere nei confronti dell’osteoporosi.
La sindrome neurovegetativa colpisce la gran parte delle donne occidentali, mentre ha una bassa incidenza per esempio nelle donne asiatiche. Essa sembra riconducibile a un’alterazione dei livelli cerebrali di neurotramettitori, in particolar modo di serotonina, fatto che altera i meccanismi di controllo della temperatura corporea: si innescano reazioni atte ad abbassarla anche in condizioni che di fatto non lo richiedono, attraverso vasodilatazione cutanea (la vampata) e le sudorazioni notturne. Poiché i livelli di serotonina vengono aumentati da ridotte assunzioni di proteine e aumentati introiti di carboidrati nella dieta, è chiaro come le diete e base vegetale siano in grado di agire favorevolmente su questo disturbo tipico della menopausa. Al loro effetto contribuisce anche l’elevato contenuto di fitoestrogeni, che possono agire sia sui recettori estrogenici che come antiossidanti, unitamente alle molte altre sostanze antiossidanti contenute nelle diete a base vegetale.
Per concludere quindi, ritengo che una dieta a base vegetale, per le caratteristiche rapidamente tratteggiate, possa essere d’aiuto alla donna in menopausa, perché in grado di proteggerla dai piccoli “grandi fastidi” di questa fase, ma soprattutto perché strumento potente di prevenzione del soprappeso, del diabete, delle malattie cardiovascolari e del tumore alla mammella, nonché probabilmente dell’osteoporosi. Provare per credere!

L’ipertensione

di Luciana Baroni


L’ipertensione è una malattia cardiovascolare molto diffusa nei Paesi occidentali, che colpisce 1 miliardo di persone al mondo. In Italia 1 adulto su 3 è iperteso, ma la malattia sta comparendo anche tra i giovani: il 10% dei ragazzi in sovrappeso è infatti iperteso, e i ragazzi in sovrappeso sono circa il 35%!

Anche se chi è iperteso può non avere nessun disturbo, ha però un rischio aumentato di complicazioni vascolari: 3 volte per l’infarto del miocardio, 5 volte per l’insufficienza cardiaca, 8 volte per l’ictus cerebrale. L’ipertensione inoltre predispone all’insufficienza renale ed a danni retinici, che possono condurre alla dialisi e alla cecità. Nel mondo l’ipertensione arteriosa è causa ogni anno di 500.000 casi di ictus cerebrale e 1.250.000 casi di eventi coronarici acuti!

Nel 5-10% dei casi l’ipertensione è secondaria a specifiche malattie (soprattutto renali, tumorali e ormonali), mentre nel 90-95 % dei casi si definisce “essenziale”, cioè non è possibile identificarne la causa. Sebbene l’ereditarietà giochi un ruolo nella sua comparsa, è ormai ben stabilita l’influenza rilevante esercitata dalla dieta e dalle altre abitudini dello stile di vita.

I valori della pressione normale variano a seconda dell’ora della giornata, dello stato emotivo, dell’attività fisica esercitata e dell’età, ma non devono superare il valore di 120/80 a riposo (valori ottimali). Si parla di ipertensione quando i valori pressori risultino stabilmente superiori a 140/90. L’intervallo intermedio di valori, tra quelli ottimali e quelli elevati, viene definito “pre-ipertensione”, e richiede un approccio non-farmacologico che si basa sulle modificazioni dello stile dei vita (TLC, Therapeutic Lifestyle Changing).

Nell’ipertensione, invece, il trattamento farmacologico va sempre commisurato al rischio vascolare legato alla coesistenza di altre situazioni, ma non può e non deve sostituire le TLC, ma aggiungersi ad esse. La maggioranza dei pazienti ipertesi può infatti beneficiare anche solo dei cambiamenti dello stile di vita che riducono la pressione, e che aumentano l’efficacia dell’eventuale terapia antipertensiva.

L’ipertensione risulta essere significativamente meno comune tra i vegetariani dei Paesi Occidentali, e alcuni studi hanno dimostrato come una dieta a base di cibi vegetali sia in grado di mantenere nei limiti della norma i valori di pressione arteriosa, e di abbassare fino a normalizzarne i valori negli ipertesi.

Ecco le regole principali che devono essere adottate da tutti gli ipertesi, per normalizzare i valori pressori o per ridurre il ricorso ai farmaci:

1-Adottate di una dieta molto povera di grassi e ricca di frutta e verdura, che permette di ridurre la pressione di 8-14 mmHg. Mangiate in abbondanza frutta e verdura fresche e crude, e cucinate poco le verdure, lasciandole croccanti: saranno già gustose così al naturale e aumenteranno le riserve di potassio, che aiuta a ridurre la pressione.
2-Riducete il peso corporeo, puntando a raggiungere valori normali (cioè compresi tra 18.5 e 24.9 di Indice di Massa Corporea-BMI). Spesso, questa è l’unica misura necessaria per correggere l’ipertensione. Infatti, per ogni 10 kg persi, la pressione si abbassa di 5-20 mmHg. E’ fondamentale scegliere cibi a bassa densità calorica, che cioè in grandi volumi concentrino poche calorie: queste caratteristiche sono possedute dai cibi vegetali consumati al naturale, quindi ricchi di acqua, fibre e poveri di sostanze aggiunte come grassi e zuccheri (nonché sale).
3-Riducete il sale nella dieta, cercando di non superare un cucchiaino di sale (5-6 g) al giorno. Non utilizzate la saliera, e cercate il sale “nascosto” nei cibi prodotti industrialmente, leggendo l’etichetta (evitare cibi che riportano tra i primi cinque ingredienti termini come “sale”, “sodio”, “sodico”, preferire i prodotti “senza sale aggiunto”). Imparate ad insaporire i cibi con succo di limone, prezzemolo, origano, aglio o cipolla. Nei molti soggetti sensibili al sale, questo riduce la pressione di 2-8 mmHg.
4-Praticate regolare attività fisica aerobica (camminare a passo veloce, nuotare), che riduce le resistenze arteriose periferiche. Una banale passeggiata a passo veloce di 30 minuti al giorno permette di ridurre la pressione arteriosa di 4-9 mmHg. Inoltre, un regolare esercizio fisico è fonte di benessere e migliora lo stato di salute generale. Attenzione va invece posta, soprattutto in chi è già iperteso, all’esercizio isometrico (es. sollevamento pesi), che al contrario agisce aumentando le resistenze periferiche e quindi i valori pressori.
5-Eliminate l’alcol: oltre a giovare a molti altri organi, questo permette di ridurre la pressione di 2-4 mmHg. L’alcol, anche se consumato con moderazione, può influenzare il 5-15% di tutti i casi di ipertensione.
6-Controllare lo stress e ridurre/abolire le sostanze voluttuarie che agiscono sfavorevolmente sulla pressione, come il fumo e il caffè, sono infine un particolare che completa un efficace approccio igienico all’ipertensione.

Anche se la correzione delle abitudini di vita che rappresentano fattori di rischio di ipertensione risulta essere un l’intervento decisamente più difficile che somministrare alcune pillole, risulta tuttavia il più efficace, duraturo ed economico in termini di salute pubblica, perché il più naturale.

Ma si può mangiare con soddisfazione anche se si è ipertesi, con piatti poveri di sodio e di grassi, da completare con frutta e verdura fresche!